Nate sotto il segno dei pesci

Nate sotto il segno dei pesci.

Storie di quotidianità e di moda in riva al mare. Il mare ci piglia, ci seduce e sa come intimidirci da sempre. Quanto la gente di mare. Quella vita reale a bordo dei pescherecci e quella che passa al porto, sulle anchine e dentro i mercati all’asta, carica, da tempo immemore, l’immaginario della moda, dell’arte, del cinema e della letteratura, di quella parte di fascino e di ignoto, al tempo, che manca e che non si comprende mai fino in fondo.

Il sapore del sale, che poi ogni volta è diverso in ogni angolo di mare. Le nuances connesse all’acqua. I colori delle città che in essa si specchiano e che, con la luce dell’alba, si schiariscono. Luccicano nei più bei romanzi. Corrono lungo le più fortunate collezioni delle Maisons di haute couture. Alla stregua, quei muri rosa, al tramonto, delle vecchie facciate degli edifici attigui al porto. Le cromie dei pesci mescolate alle sfumature più complicate delle navi da pesca. Introducono inedite palettes cromatiche e sono una finestra aperta per il mondo dei creativi.

Quando si pensa di vestire la moda alla maniera del mare e della sua gente, in passerella, si vedono sfilare collezioni, come si fosse al molo. A passeggiare. Dove protagonisti sono pezzi pensati in maglieria e scarpe dal tacco basso per incoraggiare comodamente l’approdo sulla terra ferma. Quando avviene questo, si ridisegnano sempre i confini dell’abito entro cui spazia l’anima. I capi sprigionano eleganza e femminilità, mescolate all’esuberanza della comodità. I bianchi si alternano ai colori pastello, le righe rosse fanno eco alla calda lana blu, magari, messa su cardigan giganti.

Tutto diviene un florilegio di un’estetica di carattere. Che resta l’originale e che ancora non ha uguali. Che invoca l’immensa libertà di essere se stessi. Che scioglie le convenzioni, reinventando le regole. C’è chi ha preso in prestito elementi dal guardaroba maschile per vestire le donne. C’è chi si ispira all’universo femminile per redigere la grammatica di una nuova estetica del sé maschile.

Quando si legge tutto questo, pare di entrare, in punta di piedi, nella vita dei pescatori, i cui modelli di business sono spesso familiari. Come Penelope, qui, una donna, resiliente, vive l’attesa del suo uomo con forza, determinazione e coraggio. E, con ogni mezzo, si adopera perché il giusto valore venga attribuito al pescato di famiglia.

Di notte, i due dialogano, dalla nave alla banchina, in una conversazione che è sempre complice. È questo il momento in cui si passano il testimone della ricchezza di casa. Avendo cura e premura che nulla si incagli in quelle reti, prima del mare, e dell’asta poi.

Qui, lui è “il mare” e lei è “l’altra parte del mare”. Non c’è Penelope senza Ulisse. Non c’è Ulisse senza  Penelope. A lei, non chiamatela semplicemente Penelope. La pesca, come la bellezza, non è una questione di genere, ma di generi e di stile.

Se prendi le storie “del mare” e “dell’altra parte del mare”, prenditi a cuore dove le porti. Esse creano sempre nuovi orizzonti, mutando il punto di vista.